Tremoncino e San Salvatore

La chiesa di san Salvatore a Tremoncino viene citata per la prima volta da Goffredo da Bussero nel suo “Liber Notitiae Sanctorum Mediolani” nell’elenco delle chiese che esistevano a Cassago, Oriano e Tremoncino nello scorcio finale del XIII secolo. Il sacerdote milanese ne ricorda quattro:

- RECORDATIO ECCLESIARUM SANCTAE BRIGIDAE
57B:   Item in loco casiago de masalia.
- MEMORIA ECCLESIARUM ET ALTARIORUM SANCTI GREGORII
151C:  Orliano ecclesia sancti gregorii.
- MEMORIA ECCLESIARUM SANCTE DEI GENITRICIS MARIE
257A:  Cassago. ecclesia sancte marie.
- MEMORIA ECCLESIARUM ET ALTARIORUM SANCTI SALVATORIS
338B:  in plebe Alliate. loco tornago ecclesia sancti salvatoris.

La chiesa di Tremoncino era già allora dedicata a san Salvatore, una tipica dedicazione che richiama all’età longobarda e che ha altri esempi viciniori, come la omonima Canonica a Barzanò, costruita in stile romanico. Bussero la ricorda in territorio di Tornago, nella pieve di Agliate: o è un errore o, molto più probabilmente, segnala gli intensi rapporti fra le comunità rurali di Renate e Cassago che nel XIII secolo non erano ancora organizzate in comuni.
Dell’antica chiesa di san Salvatore, verosimilmente una piccola plebana rurale, si hanno poche notizie, ma essa era sicuramente molto amata e frequentata da tutti i contadini della zona. Era anche un polo d’attrazione sociale e commerciale, poiché nel viale antistante, durante la festa di Sajopp, si svolgevano il mercato e delle fiere paesane, per lo più per la vendita di bestiame e generi alimentari.
Si tramanda che già alla metà del 1300, durante la terribile epidemia di peste che sconvolse l’Europa, nei prati circondanti l’edificio si prese la consuetudine di seppellire coloro che perirono di questo male, e che le persone qui si recavano in una sorta di pellegrinaggio, per pregare i morti e per scongiurare un’ulteriore diffusione del contagio. Solamente nell’ottocento, infatti, in seguito ad un editto napoleonico, verrà imposto, per motivi igienici, di inumare i corpi in posti isolati e lontani dai luoghi abitati.
Come vedremo, quando i Visconti erigeranno il loro mausoleo, faranno riesumare i resti dei corpi di questi morti, le cui ossa sono visibili ai due lati dell’ingresso della cripta (incastonati sotto le scritte latine Pax Vobiscum e Requiem Aeternam), una sorta di legame fra il nuovo edificio e l’antica tradizione di cui godeva San Salvatore.
Purtroppo però la chiesa conobbe un periodo di decadenza, perché i terreni su cui sorgeva furono acquistati dalla famiglia aristocratica dei Pirovano.
Della chiesa non si hanno più notizie per 300 anni fino al 20 agosto 1571 quando, in occasione della prima Visita Pastorale di san Carlo a Cassago, Monsignor Fabrizio Piscina si reca a Tremoncino per rendersi conto dello stato in cui versa la chiesa di S. Salvatore. Questa visita attesta che l’edificio sacro era ormai sotto la giurisdizione di Cassago, come si evince anche dalla relazione che scrisse:
“Vi è sotto la cura di Sancto Jacomo et brigida di casagho una chiesa chiamata sancto Salvatore la quale è in cima un monticello da una banda boscho da l’altra Roncho, dirutta senza altare non ha su il tetto e caschava una gran parte della muraia, et non ha reddito nè beni alcuni. Ne l'anno 1571 adi 20 agosto fu visitata dal Reverendo Fabritio Piscina nella visita che si fece a Cassagho dall'Illustrissimo et Reverendissimo monsignor cardinale ma de detta visita non s’è mai visto ordinatione per lo si adimandato provisione che cosa se debba fare con questa chiesa”.
Nel 1571 la chiesa versava dunque in pessime condizioni, ma san Carlo non prese provvedimenti, perché l’edificio era di proprietà della nobile famiglia dei Pirovano che possedevano il castello di Cassago. Sono loro infatti che assolvono ogni anno al legato Zappa che prevedeva la distribuzione ai poveri di alcune staia di pane in occasione della festa della chiesa. Tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento il ramo cadetto dei Pirovano si estinse e tutti i loro possedimenti, compreso san Salvatore, entrarono, per matrimonio, a far parte dell’asse ereditario dei Duchi Visconti di Modrone.
Dopo una serie di questioni insorte nell’Ottocento con la parrocchia circa l’uso religioso di questo luogo sacro legato a pellegrinaggi e alla devozione popolare per i morti della peste, all’edificio medioevale fu sostituito il moderno Mausoleo, costruito su progetto dell’architetto Antonio Cerutti che lo ideò fra il 1884-1887. Di sicuro nel 1890 era già concluso perchè fu benedetto ufficialmente a novembre di quell’anno: l’autorizzazione venne concessa a don Giuseppe Calvi Canonico della Metropolitana direttamente dall’arcivescovo di Milano, il cardinale Luigi Nazari di Calabiana (Archivio della parrocchia di Cassago, cart. 1) il 29 ottobre.
Una particolarità sullo stile dell’edificio; il progetto iniziale prevedeva un altro genere di costruzione. Infatti, Cesare Cantù nelle Memorie storiche del regno Lombardo-Veneto, scritte in quegli anni, cita il mausoleo, ma lo descrive con uno stile neo classico, in quanto egli aveva visto il progetto cartaceo, non ancora modificato. Probabilmente il cambio di stile, all’ultimo momento, fu in parte condizionato anche dalla chiusura dei cantieri del duomo di Milano: probabilmente i Visconti volevano un mausoleo che, seppur in dimensioni ridotte, rimandasse alla grandezza e imponenza della cattedrale milanese,  con uno stile gotico-internazionale.
La chiesa ha fatto la fortuna di Tremoncino, con tutti quei nasi della gente che passa rivolti all’insù per riuscire a guardare tutta la chiesa dal basso fino all’ultima guglia. Sorto come una delle tante tombe di famiglia, così tanto di moda sul finire del secolo scorso, questo Mausoleo soggioga il passante con quel suo splendido bianco marmo di Carrara, tutto arieggiante con le sue cuspidi e i suoi finestroni ogivali sottili e slanciati verso l’azzurro del cielo con ai piedi i verdi prati di granoturco che hanno sostituto i più nobili vitigni d’un tempo. C’è chi l’ha paragonato al duomo di Milano, di cui richiama di sicuro le linee architettoniche e lo slancio e in un certo modo anche la maestosità.
Forse il netto stacco con la natura circostante, che si avverte fin dal primo sguardo, è un effetto voluto dall’architetto che l’ha ideato, nonché dai medesimi committenti, i quali volevano un mausoleo che di certo non passasse inosservato.
C’è chi l’ha paragonato al duomo di Milano, non a caso, di cui richiama di sicuro le linee architettoniche e lo slancio e in un certo modo anche la maestosità.
L’abilità dei costruttori e degl’ideatori fu tale che ogni singolo elemento rimanda ancora oggi alla grandezza della famiglia Visconti, una sorta di monumento alla memoria delle grandezze passate. Una volta giunti, infatti, nel piazzale antistante l’ingresso, si ha l’impressione che l’edificio sia molto più grande ed imponente, questo per merito dello stupendo accesso che fa capo a un viale prospettico in dolce salita, scandito da una serie di cipressi secolari di grande effetto paesaggistico, che con la loro ombra invitano al raccoglimento spirituale. Anche i giochi di colori contribuiscono a questa magia, da notare il forte stacco fra il bianco lucente del marmo che si staglia sul cielo azzurro, in netto contrasto con il verde della vegetazione e l’oro del grano che nei campi intorno cresceva.
La simmetria è la regola dominante nell’edificio. La pianta ottagonale è certamente singolare: solitamente, infatti, i battisteri hanno tale base, poiché nella simbologia cristiana l’otto, in geometria costituito da due quattro opposti e rovesciati, rimanda alla nascita e all’infinito. In questo caso, invece, tale pianta usata per un mausoleo, quindi una casa di morti, può assumere un significato molteplice, che va dall’idea della vita dopo la morte, al fatto che comunque si ha di fronte anche una chiesa con un altare consacrato e tuttora dedito alle funzioni religiose, benché molto rare.
La base di otto, man mano che si sale verso l’alto, si restringe pian piano, fino a culminare in una guglia, rimandando all’idea che ciò che in cielo è uno (Dio), è in comunione con ciò che sulla terra è otto, l’uomo.
Due scale simmetriche racchiudono l’ingresso della cripta e conducono al piano superiore. Anche nel numero dei piani l’ambivalenza è forte. In quello inferiore sono i sepolcri dei Visconti morti nell’ottocento, mentre in quello superiore, oltre all’altare consacrato, si trovano le tombe dei morti nel secolo scorso.
Una volta raggiunto e varcato l’ingresso del piano superiore, per altro dominato da uno splendido mosaico raffigurante lo stemma di famiglia, balzano subito all’occhio le lapidi collocate su entrambi i lati, le quali ricordano le gesta di alcuni fra i più illustri membri della famiglia.
Di fronte a noi spicca invece l’altare, anch’esso realizzato in marmo bianco, sopra il quale fa bella mostra di sé una tela raffigurante lo sposalizio della Vergine.
E’ la copia ( ma una volta vi si conservava l’originale ) di una tela realizzata dai fratelli Giovanni Battista e Giovanni Mauro della Rovere, detti i “ Fiammenghini ”.
Artisti lombardi vissuti tra il ‘500 e il ‘600 , hanno lasciato numerose opere d’arte in tutta la Lombardia, fra le quali spiccano  la Gloria di San Bruno nella certosa di Pavia e gli affreschi sulla vita di San Giovanni Battista nel Duomo di Monza.
Al di sopra dell’altare e sulle volte circostanti, vi sono invece degli affreschi raffiguranti un immenso cielo stellato: fu questa una scelta dettata da fini non solamente ornamentali, ma anche  fortemente legata alla storia della famiglia.
Tali affreschi sono infatti una copia di quelli presenti nella Certosa di Pavia , grandioso monumento voluto da un altro Visconti, ovvero quel Gian Galeazzo che fu Signore di Milano e che dall’anno della sua morte, avvenuta nel 1402, riposa proprio all’interno dell‘insigne monumento pavese.
Immediatamente superiori alle volte affrescate, si trovano invece una serie di splendide vetrate colorate, le quali hanno rappresentato sulla loro sommità l’insegna viscontea unita ( ogni vetrata ne ha una differente ) ad un altro stemma nobiliare.
E’ questa un’altra scelta fortemente connessa alla storia del casato: infatti ogni vetrata rappresenta un’unione familiare avvenuta nel passato tra i Visconti di Modrone ed alcune delle più illustri famiglie dell’aristocrazia italiana.

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